STAF  è attuatore di progetti dimostrativi  a valere sulla Misura 1.02

"Sostegno ad attività dimostrative e azioni di informazione"

QUALI innovazioni propone il progetto ?

Il progetto è preordinato ad introdurre due innovazioni nella corrente pratica selvicolturale, in particolare nelle piccole proprietà collegate alle aziende agricole:

1) la selvicoltura d'albero    2) il governo misto

 

1) “selvicoltura d’albero” : si tratta di un insieme di tecniche che, attraverso l’interazione con il bosco, permettono di valorizzare e/o tutelare singoli alberi (parti dell’ecosistema stesso). Il risultato a cui si punta è lo stesso dei diradamenti effettuati in successione per arrivare alla fine del ciclo produttivo con gli alberi “migliori”.

L’approccio tecnico, i costi e i tempi necessari a raggiungere il risultato atteso sono invece molto diversi.

Mentre con i diradamenti si praticano interventi uniformemente diffusi su tutta la superficie del popolamento e le piante “migliori” vengono individuate solo dopo l’ultimo intervento, presentano una chioma poco profonda e accrescimenti ridotti per il potenziale della stazione e della specie, nella selvicoltura d’albero le piante obiettivo vengono individuate precocemente, le cure colturali sono localizzate e la chioma delle piante viene mantenuta profonda per avere accrescimenti sostenuti.

Ciò non significa che nell’applicare le tecniche della selvicoltura d’albero non si debba tenere conto del contesto in cui si interviene. Anzi l’approccio corretto all’adozione della selvicoltura d’albero, indipendentemente dal fatto che si impieghi su intere unità di gestione o su poche piante di specie sporadiche, è proprio quello di partire dalla comprensione delle potenzia- lità stazionali, delle dinamiche del bosco  e delle finalità dell’intervento per scendere poi, nello specifico, alle esigenze del singolo albero che vogliamo si sviluppi nelle migliori condizioni possibili. Insomma la selvicoltura d’albero è la materializzazione, in bosco, dell’espressione “agire localmente pensando globalmente”. Per questo e per la sinteticità dell’espressione che ricorda entrambi gli aspetti (selvicoltura = contesto dell’ecosistema bosco nella sua globalità; albero = contesto locale ed elemento dell’ecosistema) si ritiene corretto mantenere questo modo di denominare l’insieme di tecniche che permettono di valorizzare singole piante senza dimenticare il contesto in cui tale intervento si inserisce.

La selvicoltura d’albero non è alternativa alle altre strategie colturali, anzi, va piuttosto interpretata come un insieme di conoscenze e di tecniche integrabili, a seconda delle necessità, con quelle tradizionali.

Ciò che ha spinto i selvicoltori d’oltralpe   a sperimentare un nuovo modo di fare selvicoltura nei boschi di latifoglie è l’aver osservato che:• il legname proveniente dai diradamenti, date le piccole dimensioni, aveva sempre più difficoltà ad essere collocato nel mercato rendendo così sempre più antieconomici i diradamenti stessi;• il costo della manodopera  aumentava molto più rapidamente del prezzo del legname, rendendo sempre più onerose le cure colturali.Accrescere il reddito ottenibile dai boschi di latifoglie attraverso una selvicoltura che mirasse contemporaneamente  a: 1. aumentare il valore unitario dei prodotti legnosi ottenibili; 2. ridurre i costi di gestione.Per soddisfare il primo obiettivo ci si è basati sul fatto che il legname di grosse dimensioni e con buone caratteristiche tecnologiche(3) riesce sempre a spuntare prezzi unitari più elevati del legname ordinario. Fissato l’obiettivo di produrre legname  che  potesse essere collocato nella fascia alta del mercato, restava il problema di ridurre i costi di gestione operando in due direzioni: diminuire l’intensità degli interventi e accorciare i tempi necessari ad ottenere i fusti delle dimensioni attese. (P.Mori 2007)

2) Nel "governo misto" il ceduo  e la fustaia  sono compresenti nello stesso popolamento, con variabile grado di diffusione, mescolanza e stratificazione. L’origine di questa forma di governo si perde nella notte dei tempi: già in epoca romana le selve coltivate presentavano piante d’alto fusto secolari (querce) mantenute per produzione di ghiande e per fornire legname da opera (es. per costruzioni navali, travature), insieme ad altre specie ceduate per ottenere paleria (castagno), legna da ardere e fascine. Il governo misto in precedenza era denominato ceduo composto, per distinguerlo dal ceduo semplice in cui sono presenti un numero più limitato di piante d’alto fusto (matricine e riserve). La parte a ceduo era costituita da specie sciafile (carpini, nocciolo, cerro e altre latifoglie) e veniva tagliata a cicli molto brevi (5-10 anni), contemporaneamente al prelievo delle piante d’alto fusto mature (farnia, rovere, conifere, latifoglie sporadiche di pregio come ciliegio e frassino). In occasione del taglio, tra le giovani piante nate da seme e tra i polloni del ceduo, erano selezionate le migliori da conservare per sostituire quelle mature prelevate; in carenza di soggetti idonei erano piantati alberi delle specie più utili. Dopo il taglio, sotto la parziale copertura d’alto fusto rilasciata, crescevano anche erbe che consentivano il pascolo di animali domestici e selvatici, e quindi la caccia. Le tenute Sabaude de La Mandria e Stupinigi (TO) erano tipicamente strutturate così, come pure altri boschi di pianura, che coprivano le estese brughiere (Vaude, Baragge) e le fasce fl uviali; ancora oggi una parte del Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino (VC) presenta questa forma di governo, con lo strato ceduo utilizzato dai singoli soci e la fustaia dal Sodalizio. In pianura e in collina la robinia, introdotta nel ‘700 e ben presto naturalizzata, in molti casi ha progressivamente sostituito nello strato ceduo le specie autoctone a più lento sviluppo. In montagna il ceduo composto si caratterizzava per l’avere uno strato dominante a fustaia di conifere (larice, pino silvestre, presente anche in alta collina, pino marittimo in Appennino, talora abeti) utilizzate per travature e raccolta di resina, e un ceduo sottoposto in prevalenza di faggio che, tollerando l’ombra, occupava bene lo spazio sotto le chiome dell’alto fusto. Dalla seconda metà del ’900 questa forma storica di governo del bosco è stata abbandonata, per complessità di gestione e perché i prodotti tradizionali (fascine, legna da ardere di piccole dimensioni, ghiande) non erano più richiesti. Allungando i cicli di taglio per ottenere assortimenti di maggiori dimensioni il sistema è giunto al capolinea: a basse quote la robinia, eliofila ed a rapida crescita, raggiunge lo sviluppo dello strato d’alto fusto ostacolandone la rinnovazione da seme; sui rilievi larice e pini sono oppressi dallo sviluppo libero dei polloni di faggio o di castagno. Con tutto ciò la promiscuità di ceduo e fustaia non è affatto scomparsa, anzi: i tagli irregolari, la ridiffusione per disseminazione spontanea di varie specie arboree un tempo allontanate con la gestione a turno breve, la matricinatura intensa in molti cedui invecchiati e lo sviluppo della selvicoltura d’albero hanno aumentato l’estensione di questi boschi, oggi raggruppati sotto l’etichetta di governo misto: un bel caos, ma con molte potenzialità. Funzioni e prodotti Il governo misto è in grado di fornire tutti i prodotti legnosi, da opera e per uso energetico, oltre a frutti, funghi e fauna. Grazie alla conservazione di una quota di copertura arborea permanente si assicura la stabilità del paesaggio, la difesa dall’erosione e si mantiene un ecosistema più ricco rispetto ai cedui; in questi ultimi infatti con il taglio di maturità si preleva gran parte della massa legnosa e si favoriscono una o pochissime specie di alberi. Il governo misto si presta bene a gestire boschi irregolari e piccole proprietà, in cui si interviene per autoconsumo prelevando ogni volta pochi alberi, con frequenza maggiore rispetto ai turni del bosco ceduo. Nel governo misto le piante d’alto fusto non sono in concorrenza diretta tra loro e di norma crescono più rapidamente rispetto alle fustaie; a causa della persistenza dei rami bassi spesso producono legname più nodoso, non sempre valorizzabile sul mercato. Con determinati accorgimenti anche il governo misto può essere un sistema selvicolturale idoneo per valorizzare le specie legnose di pregio commerciale, anche per singoli alberi.(Regione Piemonte 2015)

Con tutto ciò la promiscuità di ceduo e fustaia non è affatto scomparsa, anzi: i tagli irregolari, la ridiffusione per disseminazione spontanea di varie specie arboree un tempo allontanate con la gestione a turno breve, la matricinatura intensa in molti cedui invecchiati e lo sviluppo della selvicoltura d’albero hanno aumentato l’estensione di questi boschi, oggi raggruppati sotto l’etichetta di governo misto: un bel caos, ma con molte potenzialità (Regione Piemonte 2015)

Selvicoltura d'albero e governo misto sono quindi proposte di retro-innovazione che riscoprono un'attualità tramite il collegamento con gli spazi di miglioramento della biodiversità e con la possibilità di costituire un nuovo mercato per i legnami delle specie sporadiche e per assortimenti di pregio di maggiori dimensioni rispetto alle attuali disponibilità del mercato ligure.

 

 Il governo misto  (implementato con la selvicoltura d'albero)(n.d.r.) è in grado di fornire tutti i prodotti legnosi, da opera e per uso energetico, oltre a frutti, funghi e fauna. 
Il governo misto si presta bene a gestire boschi irregolari e piccole proprietà, in cui si interviene per autoconsumo prelevando ogni volta pochi alberi, con frequenza maggiore rispetto ai turni del bosco ceduo. Nel governo misto le
piante d’alto fusto non sono in concorrenza diretta tra loro e di norma crescono più rapidamente rispetto alle fustaie;  Con determinati accorgimenti anche il governo misto può essere un sistema selvicolturale idoneo per valorizzare le specie legnose di pregio commerciale, anche per singoli alberi. (Regione Piemonte 2015)

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